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Il Secret show palermitano degli Afterhours raccontato due volte

Serena Ganci

Moltissimi palermitani quest’anno hanno vissuto una Pasquetta davvero unica. Ovviamente nessuno di loro ha rinunciato alla sacrale “arrustuta” di carne alla brace condita da leccornie di ogni tipo. Ma questa volta, ad una certa, il fumo più inebriante che esista si è spento prima del dovuto…..”Bisogna correre a casa a farsi belli, questa sera a Palermo c’è il concerto degli Afterhours “. E certo! non vorrai mica andare al concerto con l’odore di carne appiccicato addosso! Non puoi! Questo non è solo un concerto, è un evento mondano. Gli After hanno scelto un club come I Candelai per mantenere la dimensione del secret concert, saremo tutti lì, Manuel potrebbe vedere proprio te! Bisogna essere fighi, ci saranno tutti … (tutti quelli che contano) . Fra il pubblico abbiamo avvistato Roy Paci, Pif…Abbiamo fatto benissimo a comprare il biglietto subito! Si, bisogna ammettere che una piccola percentuale neanche li conosce bene ‘sti Afterhours …Alcuni confondono ancora Manuel con Levante…Ma per fortuna vedi una massa che sorride felice e che canta a squarciagola tutte le canzoni, loro: i fans! Sono bellissimi, non sai bene se guardare loro o gli Afterhours, talmente sono emozionanti. Il concerto è per loro ed è perfetto! Sublime, intenso, potente! Visi estasiati alla fine di questa mitica Pasquetta! E come si direbbe dalle nostre parti ” agnelli e sugo e finiu u vattiu”.

Federico Zumpani

Trent’anni sono una vita intera e, per chi ha vissuto la genesi di una band fondamentale come gli Afterhours, un messaggio musicale può anche mutare nel tempo. Negli anni ’90, album come Germi e Hai paura del Buio? rappresentavano una critica disturbante a un certo conformismo generale, radicato nei comportamenti e nel senso stesso di un perbenismo diffuso nel territorio nazionale. A Palermo, il 2 aprile, I Candelai hanno dato vita ad un concerto di rara intensità per pochi veri seguaci. La formazione attuale, di cui Manuel Agnelli è indubbiamente guru inossidabile, risponde perfettamente a ciò che un progetto musicale simile richiede, cioè essere se stessi a prescindere da ogni vicissitudine, scontro, incontro e tempo. E si vede subito.

La serata comincia con un susseguirsi di ricordi tatuati nel glorioso passato: Dentro Marilyn, Strategie, Germi, Ossigeno. Sin da subito, sembra che il tempo non sia mai esistito, la rabbia è la stessa, i riff impetuosi come allora, tutto delinea davvero una passione viscerale da ognuno di loro. Nonostante l’assenza di elementi storici (Giorgio Prette, in particolare), Rodrigo D’Erasmo, Xabier Iriondo, Roberto Dell’Era, Fabio Rondanini e Stefano Pilia ormai sono parte integrante di questo progetto. Questa caratteristica è particolarmente distintiva: Manuel Agnelli rappresenta gli Afterhours in ogni fase storica, perchè questo è il suo progetto, ma sul palco dimostra come una simile band possa cambiare nel tempo, non rintanarsi in regole assolute e inattaccabili e che di essa possa essere parte chi intenda seguire una certa storia artistica.

Subito dopo, Il sangue di Giuda e Padania, il lato introspettivo degli ultimi album. Agnelli ricorda, prima di attaccare con l’intro acustica, quanto fosse diverso il paese che immaginava a trent’anni e, immediatamente, traspare quella ricerca ossessiva di identità che ormai è la chiave di volta di ogni sua creazione musicale (e non solo, come dimostra il loro spettacolo teatrale Io so chi sono), pienamente raggiunta con il penultimo album.

All’improvviso, si torna all’ultimo album, con Non voglio ritrovare il tuo nome, brano mai assente nelle loro ultime performance, per passare alla strumentale e delirante Cetuximab, che sembra far crollare il palco fra effetti sonori devastanti e contorsioni fisiche.

Si passa, poi, a Grande e Folfiri o Folfox: ecco che da una semplice elaborazione sonora si passa quasi ad una rappresentazione scenica, proprio per trasmettere il cambiamento che ha pervaso lo spirito degli Afterhours durante la realizzazione dell’ultimo album, frutto di una riflessione personale sul dolore e sulla sua piena identificazione. Appare chiara la complicità e la convergenza di ogni musicista nel trasporre dal vivo brani intrisi di una fisicità che diviene parte integrante dell’elaborazione musicale.

Agnelli e soci si contorcono in un delirio di suoni e allucinazioni, ma si torna subito ad una quiete apparente quando propongono Ballata per la mia piccola iena e La sottile linea bianca, pezzi ormai necessari per rendere i loro live un diagramma dettagliato del dolore reale.

Si passa a Il mio popolo si fa, il volume è sempre più alto, ogni frammento di questa serata è quasi un rituale, fedele omaggio a un pubblico devoto che si riconosce in ogni parte di un testo o di un accordo.

La prima parte del concerto si chiude con Pelle, da antologia, pezzo sicuramente necessario in una scaletta simile. Gli Afterhours escono, ma ritornano poco dopo, nella consapevolezza che ancora c’è molto da proporre. Irrompe, fra controtempo e battito di mani, La vedova bianca, e si torna a sudare, si canta a squarciagola; è uno dei pezzi più importanti della loro discografia, senza dubbio. Il caldo è soffocante, ma è tutto meraviglioso, un live tecnicamente impeccabile, emozionale in ogni dettaglio.

Arriva Riprendere Berlino, si continua a seguire il filo di un discorso, perché ogni brano è scelto a tavolino, si passa dall’abisso alla rinascita.

Non c’è il tempo di respirare, ecco Quello che non c’è: adesso ogni cosa è al suo posto. Agnelli canta, ma è sovrastato dalle voci all’unisono. I Candelai si accendono di empatia, anche perché si tratta del brano che identifica il leader degli Afterhours forse in modo più assoluto, come ha sempre dichiarato. Potrebbe bastare, è già tutto perfetto. Ma la serata continua: c’è un altro bis. Si torna agli anni ’90, ma in modo del tutto inaspettato. Infatti, Rapace, maestosa e sempre attuale, che non risente minimamente, nella sua elaborazione, dei suoi vent’anni, ci accompagna nel giro finale del concerto. Improvvisamente, però, arriva un reperto dalla cantina: How we divide our souls. Siamo nel 1990, During Christine’s Sleep è il loro secondo disco, ancora cantano in inglese e l’album viene segnalato in America. Le chitarre hanno un tono diverso, si avverte quell’impagabile confine con il grunge, che nella loro prima fase artistica era sempre presente e torna adesso, all’improvviso. Ora, la sensazione è di assistere a un concerto degli anni ’90. Il tono rimane lo stesso, la dimensione grunge non viene riposta nello sgabuzzino, arriva Male di miele. Nessuno ha più voce, gli amplificatori stanno per esplodere, ma si rimane inchiodati, minuto per minuto, per giungere a La verità che ricordavo. A quel punto, mancherebbe solo uno stage diving, ma non arriva. Agnelli agita il microfono col sua fare sciamanico, in perfetta sinergia con il pubblico e sembra accusare tutto e tutti mentre intona “spiego ai miei sogni il concetto di onestà, loro che si son trasformati in una professione adatta voglio la verità che ricordavo perché questa è troppo brutta…” (agli albori, gli Afterhours dovevano essere uno spartiacque nel panorama indipendente e il rapporto con il pubblico era, per alcuni versi, contenuto). Siamo consapevoli di tutto, il passato torna sempre senza preavviso e ci ricorda che non muore mai, ma non è ancora abbastanza. 

Chiusa la parentesi grunge, ecco il gran finale con due pezzi da antologia: Bye bye Bombay e Ci sono molti modi. C’è una profonda coesione fra una band che suona da più di trent’anni e un pubblico che si divide in più generazioni. Ci sono ventenni, con gli occhi pieni di stupore, ma ci sono anche quelli che hanno visto nascere e crescere un certo modo di fare musica, mai soddisfatto. Gli Afterhours continuano a fare sold out perchè mantengono vivo un genere mai rinchiuso nelle mura della moda, parlando di demoni e tempeste. Sono loro a snobbare la moda musicale e ad essere un riferimento musicale indiscusso che non invecchia mai, evolvendosi nel tempo senza mai svendere lo stile. Parlare dell’uomo e della sua miseria, fra cuori infranti e cieli neri. Il trauma della post-modernità, la paura di essere spacciati per anacronistici e le nuove leve musicali sono quanto di più irrilevante si possa porre come rischio per un gruppo con più di trent’anni di vita, vivo più che mai. Tutto questo è irrilevante. Certi album sono attuali per loro natura, riascoltarli dopo vent’anni è come scoprirli e comprendere davvero quali erano i messaggi di fondo che ora sono la vera realtà. Un concerto monumentale, senza sbavature, arrivato dal nulla, che rimarrà nella memoria. Almeno qui a Palermo.

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