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STELLA MARIS – “STELLA MARIS”

By maggio 2, 2018 No Comments

Spesso nella vita di un musicista avviene un fisiologico e necessario cambio della pelle. È questo il caso di Umberto Maria Giardini, cantautore marchigiano noto ai più come Moltheni.

Con una lunga ed apprezzata carriera musicale alle spalle che gli vede i riflettori puntati addosso negli anni novanta, Umberto, alla fine della prima decade nuovo millennio, si scrolla di dosso lo pseudonimo che lo ha reso celebre e con lui tutto ciò che sembra appartenere a quella fase del suo percorso artistico. Dopo una breve parentesi in veste di batterista nei Pineda, Giardini ritorna inaspettatamente sulle scene con il suo nome di battesimo, quasi a volere sancire con questa scelta la cesura col passato e allo stesso tempo far dichiarazione d’intenti sulla prospettiva personale e rinnovata del suo cantautorato, e dando alle stampe quattro album (il più recente è Futuro Proximo del 2017).

Ed ecco che la storia prende una deviazione imprevista sul progetto Stella Maris. Che la si voglia intendere come side project o come semplice voglia d’evasione artistica, poco importa. Sta di fatto che qui Umberto Maria Giardini, dalla figura di cantautore solista, si trova a rivestire un ruolo da comprimario di una superband che lo vede insieme a Ugo Cappadonia (Sick Tamburo), Gianluca Bartolo (Il Pan Del Diavolo), Emanuele Alosi (La Banda Del Pozzo) e Paolo Narduzzo (Universal Sex Arena). Preceduto dal convincente singolo Eleonora No, all’inizio di quest’anno vede la luce l’album d’esordio omonimo. L’atmosfera che pervade tutte le dieci tracce che lo compongono è innegabilmente un omaggio ben riuscito al guitar pop anglosassone degli anni ottanta, dove, tra tutti, il riferimento più immediato sono gli Smiths, ma sottotraccia echeggia anche la raffinatezza di band quali gli Housemartins o i The La’s.

Sarebbe stato facile, in quest’ottica di tributo alle succitate sonorità, cadere nell’errore scontato tanto del plagio quanto dell’inadeguatezza della lingua italiana prestata allo scopo, ma il quintetto ha dimostrato ampiamente di avere tutte le carte in regola scongiurando entrambi i rischi con un risultato eccellente: sin dall’irruente opening L’umanità Indotta si coglie la spiccata personalità del progetto, al quale non mancano episodi in elettrico quali Piango Pietre tanto quanto ballad cariche di pathos, tra le quali svetta la struggente Quella Primavera Silenziosa. Una grande forza di tutti i brani è attribuibile ai testi che, per quanto accomunati per lo più da argomenti sentimentali, sono profondamente intimi, poetici e mai banali. Ma le trame compositive non sono affatto seconde alle liriche a dimostrazione di quanto l’ensemble sia composto da indiscussi professionisti. Un esempio tangibile è rappresentato da Quando Un Amore Muore Non Ci Sono Colpe che ha una struttura d’accordi complessa, ma immediata.

A sentirne solo parlare si potrebbe affermare che, all’interno del panorama italiano, degli Stella Maris come concetto di base non se ne sentisse la necessità, ma è un’idea che viene subito fugata dall’ascolto di questo disco. Dopo averlo assaporato per bene si comprende che, al contrario, di questa formazione la musica indipendente italiana aveva assoluto bisogno. E sembra strano  rendersi conto che non ci avesse pensato nessuno sino ad ora. Magari altri ci hanno provato. Loro ci sono riusciti.

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