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Nightclubbing #15: Persia, La Caduta degli Dei

By novembre 28, 2020 No Comments

Trieste, una lingua di terra che striscia tra la bocca dei Balcani, la Mitteleuropa dall’etica del lavoro calvinista ed il nord-est d’Italia, un’area che è stata povera, martoriata, razziata, abbandonata e poi, negli ultimi decenni, raccontata ed offerta come mito produttivo dormiente. Il quoziente storico del Friuli-Venezia-Giulia riporta la somma di tre stati, che lo stato delle cose attuali ha appiattito in una sedimentata stratificazione scarna: siamo morti per le terre irredente, ci siamo allungati come note sospese dai tasti di un pianoforte sull’impresa fiumana, abbiamo glorificato Trieste come fosse il laccio che aggancia le calze al reggicalze e cosa ne avanza? Trieste oggi sembra un eterno lunedì. Una città che ricalca pienamente Alfonso Nitti, un inetto, una vita, una tra le tante.

Trieste è una città che non appartiene a nessuno. Io sono figlio di genitori del sud, una famiglia come tante, sono cresciuto nella primissima periferia, appena fuori dal centro storico. La mia città è un luogo di contrasti, la bellezza dei palazzi sposa la loro decadenza. Non ho mai avuto l’idea del confine, ed è strano in un posto in cui letteralmente ad un passo hai la frontiera, in cui è normale andare in Slovenia, eppure non sento alcuna appartenenza verso alcun luogo. Se ripenso alla mia città, vedo dei confini normati e dei confini idealizzati, che non riconosco”. Come la sua città, Persia è un simbolo, lo stigma radioso di una non appartenenza, il suo corpo, la sua estetica, non appartengono ad un genere.

Trieste, assediata dal mare, stretta dalle montagne, danza sul confine politico con un altro stato. Svevo scrive di Nitti: “Voleva ora ritornare alle sue abitudini da puritano, a quell’ideale di lavoro e solitudine che nessuno gli contendeva. Quella era la felicità. L’abitudine e la regolarità gliela dovevano dare”. Alfonso Nitti, chiuso dentro una vita normata, si ritrova incapace di afferrare la felicità, carpirne il senso più proprio: lo volontà stessa di ricercarla. Persia, al contrario, scandisce, battendo il tempo col tacco, la Caduta degli Dei: Tropico del Cancro, Marchesa Casati ritratta da Cecil Beaton, putto di Wilhelm von Gloeden, vena rigonfia, verdastra e visibile, in un braccio carico di monili, corsetto candido, occhio vigile e notturno, vorrei restituirne l’atmosfera umbratile, romantica e decadente, come l’albero che ha salutato Ofelia in Amleto, eppure penso sempre al suo incedere noncurante in bici, per le strade di Milano, di notte e di giorno, senza un perché, verso una felicità appena scorta.

Gianluca Persia mi appare come la volontà più propria, quell’immagine unica ed autentica di un corpo che ha sconfinato senza conoscere demarcazioni, margini, limiti, che si è dischiuso, senza mai essere stato rinchiuso, Persia si offre come una composizione plastica fotografata da Nobuyoshi Araki, da cui colano gocce di mostarda e da cui risucchiare un suono, cogliere uno spasmo, come fosse l’ultimo sospiro di piacere che costringe alla bocca, ad una corsa verso il buio di una discoteca. Persia, un cocktail d’amore.

Spesso io e Gianluca abbiamo parlato del fatto che viviamo rispettivamente un momento di grande difficoltà emotiva, difficoltà simile, ma dalle premesse e conseguenze molto diverse. Chiacchierando, ricordo di avergli detto che possiamo ritrovare nella città dove siamo nati un sentimento di riappropriazione, che conferisca senso al nostro tempo. Se questo può esser vero per alcuni, sicuramente non è vero per Persia (ed io quindi mi sbagliavo di grosso): “A diciannove anni mi sono spostato da Trieste a Milano, per motivi di studio. Questa città, in cui tuttora vivo, mi ha divorata ed io l’ho divorata a mia volta. Qui ho avuto, non tanto quella libertà che mi sono, in fondo, sempre preso anche a Trieste, quanto dei luoghi dove esercitarla più propriamente e pienamente, spazi che mi restituiscono degli stimoli enormi. Prima, frequentando gli studi, e poi soprattutto al Plastic. La Persia è sempre esistita in me, mi serviva un club per esprimere tutto ciò che sono e che posso essere”. Persia non smette mai i panni del personaggio, perché non è un personaggio. La Persia è La Persia sempre, quando va al supermercato come quando arriva in bici al Plastic e corre a truccarsi in camerino.

Era l’ottobre 2016, ero appena arrivato a Milano – quando stavo a Trieste guardavo su Facebook le foto del Plastic ed ero davvero impaziente di vedere il tutto coi miei occhi – così sono andato finalmente a ballare. Quella sera stessa ho conosciuto Sergio Tavelli ed è partito un momento magico che dura tuttora. Due settimane dopo lavoravo già per il locale”. La Persia ha prestato la propria voce al nuovo EP di Club Domani uscito la scorsa settimana “Amo Club Domani, anzi, se parliamo di clubbing, per me esiste solo la musica selezionata dai miei boss Andrea Ratti e Sergio Tavelli, difatti aver collaborato a My Business con Vivelips è stato un enorme privilegio. Ho usato la mia voce per recitare un po’ di parole e sillogismi sullo stile di Amanda Lear, ma la soddisfazione più grande è essere stata in parte la musa del testo”. My Business è un inno, poter ballare, anche da soli in casa, sentendo ripetere “My Gender not your Business”, con un ritmo matto, penso sia una delle poche belle cose successe alla scena del clubbing europeo nel 2020. Sabato 21 novembre UnitedWeStreamMilano ha trasmesso in diretta la presentazione del disco, dove La Persia e Sissy Galore hanno messo in scena e dato letteralmente corpo all’EP con una performance folle.

Il mio personaggio è nato al Plastic e morirò al Plastic, non conoscerei altro luogo più idoneo per le mie performance, è casa. Ho cominciato occupandomi del glass box, la vetrina all’ingresso, nell’ultima stagione ho preso ad andare anche sul palco, maturando un mio approccio performativo sul floor, in consolle. Ricordo che la prima sera che misi piede al locale indossavo un corsetto, non mi ero depilato, perché per me una persona è libera di indossare ciò che vuole a prescindere dal suo sesso o dal suo genere, portavo un cappellino con la veletta e dei brutti jeans larghi, queste poche cose mi hanno catapultato in un mondo assurdamente bello. Tutto è cominciato così, so che il mio modo di essere sollecita grandi questioni, apre discorsi, ma forse è proprio questo lo scopo del mio personaggio, lasciare le persone con un quesito, un rebus senza soluzione semplicemente perché una spiegazione non la voglio dare, perché io sono quel che sono”.

Nei due processi che portarono al rogo Giovanna d’Arco si ripeterono le stesse tre accuse, ma solo una generò la condanna: l’ostinata volontà di Giovanna di vestirsi da uomo. È scritto nel Deuteronomio, 22:5 “La donna non si metterà un indumento da uomo né l’uomo indosserà una veste da donna; perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo Dio”. Quando penso a Giovanna d’Arco, penso prima al brutto film di Luc Besson, ma soprattutto ad un pezzo degli Smiths, Bigmouth Strikes Again, in cui, l’eroina francese è menzionata e Morrissey canta disperato e melancolico (come sempre) “Bigmouth strikes again and I’ve got no right to take my place with the human race”.

Persone come Gianluca Persia, che non si tirano indietro, che ci mettono la faccia ogni giorno, che prendono posizione, che si spendono col loro corpo e con una cut crease piena, allungata fino alle porte del paradiso terreno del clubbing, stanno smontando, per i diritti di tutti, pezzo dopo pezzo, quell’orrenda e costrittiva percezione delle nostre comunità come di luoghi binari, percezione spesso fortissima e brutalmente opprimente, proprio in quelle comunità che si definiscono queer. Persone come Persia, col loro essere, parlano del fatto che tutti hanno il diritto di avere un posto, uno spazio, dentro l’umanità, oltre il genere “Non m’interessa come le persone percepiscono la mia vita, non m’interessa cosa pensa di me la gente a Milano come non m’interessava quando camminavo in centro a Trieste. Gli sguardi mi piovono addosso? Vorrà dire che aprirò l’ombrello. Sento che manca spesso un senso di comunità, quello si, questo a volte mi turba”.

Certe aperture sono azioni che parlano di verità approssimative e si avvicinano alla realtà dei fatti, senza sfiorarli, come ha ricordato recentemente sul suo account Instagram Alok Vaid-Menon (autore e performer) non sarà Harry Styles con un vestito sulla copertina di Vogue America a dare voce all’esperienza di migliaia di persone che abitano quel linguaggio che lui ha fatto proprio. Non si può pensare di occupare una posizione solo quando è comoda. L’atteggiamento dei media liberal sicuramente risponde a logiche di mercato, ma non credo si possa definire come una forma di appropriazione culturale tout court, quanto come un’azione che incontra esigenze sempre più pressanti, riportando, anche sulle grandi copertine, quello che persone come Gianluca Persia fanno, da anni, giorno dopo giorno. Allontanando sciocche forme di benaltrismo, dobbiamo riconoscere che è vero che i media spesso servono una versione decaffeinata della realtà, che invece nel clubbing troviamo alla sua massima espressione e potenza, e questo può generare un certo legittimo disgusto. D’altro canto, questa stessa versione edulcorata del reale, consegna a tante persone, che magari vivono in provincia di Caltanissetta, come in un paesino a nord di Milano, un pizzico di speranza, queste azioni aprono possibilità e causano conflitti necessari, quindi sani: è il conflitto che permette alla volontà di riconoscere uno spazio di riconciliazione. Dobbiamo capire e promuovere quelle azioni che generano una memoria condivisa in cui riconoscersi, dobbiamo lavorare perché il presente sia il prologo di una nuova forma di memoria condivisa verso una riconciliazione delle persone: oltre il genere. “La grande possibilità che mi dà la notte è quella di farmi andare in scena, posso esternare tanta aggressività, presentarmi in modo esagerato, è come salire sul palco di un teatro”.

Gianluca Persia mi parla da casa sua in videochiamata, lo osservo seduto davanti ad un parete bianca, la sua giacca da camera di finta seta rossa ha un gusto giapponese, una massa di splendidi capelli ricci incorniciano un viso stanco, due occhi che sono due lame, porta un collanina con una piccola, modesta, croce al collo ed un cameo bianco, su uno sfondo rosa grave, di buongusto. Mi sembra, a tratti, di conoscerlo da sempre, mentre mi parla del suo lavoro, confeziona cappelli, delle sue giornate, delle sue sensazioni. Sembriamo due vecchi amici che si sentono spesso e non ci siamo mai visti: ho messo piede dentro il Tadasu no Mori e mi sono bagnato sul fiume Kamo e Gianluca è con me.

Nota Off:

“Giunse con una valigia piena di magli e scalpelli di differenti dimensioni e tosto si mise all’opera; l’uno dopo l’altro i grandi vecchi di pietra furono rotti e i loro pezzi gettati lungo una spiaggia che tosto pigliò l’aspetto d’un campo di battaglia dopo il combattimento. Le onde irruppero fino a quelle tristi reliquie; laggiù dietro i neri scogli, dal profilo di apostoli gotici, sorse la luna; una luna d’un pallore boreale; essa fuggiva sopra le nuvole. Ebdòmero e i suoi compagni, simili a naufraghi ritti sopra una zattera, guardarono verso il Sud; essi sapevano che là donde soffiava la tempesta, dietro quel mare sconvolto che rovesciava montagne di schiuma sulla riva, era l’Africa; sì, le città calcinate al sole implacabile, la sete e la dissenteria, ma anche le oasi molto fresche ove non si desidera più nulla, e una saggezza strana e dolce che cade dall’alto dei palmizi, insieme con i datteri maturi, nelle ore caste dell’avantigiorno; però non bisognava pensarci; Ebdòmero guardava le nubi che dal Sud fuggivano verso il Nord, là ove il cielo era ancora chiaro; presto anche questa parte della volta celeste si coprì di nubi, dapprima spaziate e poco dense, come grandi veli neri che una mano invisibile avesse trascinati lassù, poi più dense, più compatte; in poco tempo il cielo fu nero dappertutto. Ebdòmero amava il Nord, lo aveva sempre amato […]”

Ebdòmero, G. De Chirico, Longanesi, Milano, 1971.

Giorgio Manganelli scrive nella prefazione a Ebdòmero di De Chirico che Ebdòmero non è un romanzo e non è un personaggio, ma è “un itinerario, un deposito di immagini, un catalogo di simboli, un collage di sogni, paesaggi, interni di abitazione, appunti di disegni, accesi, tutti, da una fosforescenza che sa di memoria, di visione, di mistificazione”. La vita è l’opera di Gianluca Persia sono, allo stesso modo, un itinerario nello spazio della persona, nei suoi desideri; un deposito di immagini vive e vivificanti; un catalogo di simboli che sono fascinazioni e richiami alla carne ed al fuoco che arde tra le dita di un adolescente, che guarda allo specchio la propria immagine irrisolta; paesaggi carsici, salini, sassosi; interni di abitazioni che hanno trapunte Fornasetti adagiate su sofà morbidi; appunti di disegni che informano oggi di futuri possibili; memoria dell’istanza queer in un mondo che tende a fare bolo di ogni sostanza corrosiva e liberatoria; visione mistica; fascinazione scaramantica; nuova riconciliazione nel corpo, stretto da un corsetto, che guida la processione della santa dei pescatori di Ischia con le barche e le lampare a picco sul mare.

Foto: Lorenzo Basili – @lorenzo.basili

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