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La rappresentante di lista e il cuore del mondo

By gennaio 13, 2019 No Comments

La sinergia tra parola e suono, in una perfetta convergenza di impressioni ed emozioni, quasi come un necessario necessario, sembra quasi impossibile da trovare. Non è sufficiente il talento, quello rimane un bacino sicuramente ampio di prospettive, un terreno fertile che lascia spazio a interpretazioni e trasformismi dettati da una predisposizione artistica. Serve sempre qualcosa in più, che lasci trasparire una totale dedizione all’idea di musica parlata.

La rappresentante di lista è un progetto poliedrico, che conclama la grazia della parola accostata a una struttura musicale cangiante e ammaliata. Tanti i contesti sonori, diverse le atmosfere generate da ogni territorio attraversato dalla voce di Veronica Lucchesi, anima vocale teatrale che regala quasi prove attoriali in ogni brano, come se le canzoni fossero tracce di vita raccontate come storie vissute in prima persona ma rese universali. La voce è un elemento sicuramente distintivo, che immerge la realtà specifica di ogni canzone in uno spettacolo vocale, che incanta e trafigge. Oltre alla scelta dell’interpretazione, che trasmette una condivisione offerta e mai forzata di emozioni contrapposte e in perenne conflitto fra loro, il gioco di squadra con Dario Mangiaracina, coautore dei testi assieme a Veronica, non solo funziona, ma matura nel tempo. Nel complesso, ogni membro di questo villaggio sonoro, da Enrico Lupi a Marta Cannuscio, per arrivare a Erika Lucchesi, costruisce un percorso artistico che contribuisce nei dettagli a disegnare una mappa emotiva indiscutibilmente sincera. È vero, c’è elettronica, pop, free-jazz, perché di questo si tratta. Un carnevale vorticoso che include tutto e tutti, senza soffermarsi tanto sulla ricerca necessaria di un piano perfetto, ma raccontando la bellezza dell’imperfezione quotidiana, della necessità di difetti e contraddizioni che cercano percezioni di umanità. Go Go Diva è la loro terza fatica ed è il risultato di un cammino perfetto e coerente, cominciato con (Per la) via di casa del 2014 e Bu bu sad nel 2015, entrambi dischi dalla carica emotiva spiazzante. Il terzo disco è un segno di ricercata speranza, che parte dall’individualità, dal corpo e dal cuore, per arrivare a un’identità reale condivisa. La dimensione melodica di ogni brano rende la disperazione un passaggio da vivere ironicamente e demolire per giungere a uno stato di grazia personale.

La prosa che cambia la propria muta, da benevola a irriverente, a tratti caustica e corrosiva, nasconde confessioni e sentimenti verso sé stessi e verso gli altri. La musica è un atto politico: questo è il messaggio più puro che si possa trarre da questo reticolato di risvegli emotivi che toccano il cuore del mondo, quasi a voler accompagnare ogni possibile sensazione in una sinfonia che descriva la più elementare umanità. Questo corpo, che apre l’album, è forse fra le più rappresentative situazioni musicali che descrivono al meglio la radice di questo progetto musicale. Nervi, sguardi e contatti possibili portano un ritorno alla propria personalità, la riduzione di ogni dolore alla necessità di sentirsi identità, ossia libertà. Ti amo (nanana) sembra la perfetta continuazione di questa graduale crescita personale: un ronzio nella testa che è la necessità di amare, finché possibile. Maledetta tenerezza è il momento della consapevolezza, una prospettiva che si nutre di contraddizioni, affermando una sensibilità destinata a soccombere che non si vergogna di esistere. Allo stesso modo, Alibi esprime nuovamente la necessità di una totale privazione di maschere, scudi o barriere verso la verità: “quello che si dirà, si dirà; quello che si dirà, passerà; quello che resta senza fiato esplode”. Ma uno dei punti di maggior femminilità dell’album è proprio Giovane femmina, ballata soave che rinchiude lo sguardo nella notte, in una città illuminata dalla luna che accoglie desideri e ambisce ad una rinascita. Guarda come sono diventata mostra un angolo differente, il cambiamento che sublima nell’estraneità da vincoli, come sentimenti fugaci che si divorano prima che il tempo sparisca. Forse è proprio questa alternanza continua, che sfugge al controllo, a contraddistinguere una personalità sovrastante, come avviene in The bomba, un fuoco d’artificio improvviso proposto quasi come favola nera, corrosiva e accattivante.

Poi, ancora, una ballata, Panico, uno dei punti più alti dell’album, che inscena quasi il preludio di una festa che cancella ogni conflitto, la percezione di una sofferenza che è solo un equivoco, come se tutto fosse l’antitesi dell’opposto. Da qui, si irradia un’inquietudine che sembra identica per tutti, imponente e insormontabile ma che ride di sé stessa: “le urla strazianti sono compleanni, le bombe giù in centro il capodanno cinese, ti dico che è una festa, amore e tutti ballano.” Ma è sempre l’isolamento a interpretare questa profonda sensibilità personale, come un mezzo necessario per descrivere paure e miserie ordinarie o anche passioni e desideri, come accade in Poveri noi. Anche in Gloria, che mette in luce quell’universo elettronico sottile e sfumato fatto di sussurri e impulsi roboanti, si percepisce la necessità di uno scontro fisico fra perdita e rinascita. Basterebbe tutto questo, una beatitudine umana che riscontra nel difetto la purezza del corpo, come nel dubbio la più grande saggezza. Ma è Woow l’esulto finale, punto di arrivo che vale l’intero album, una sorta di catarsi necessaria in cui si consolida questo divenire agognato.

Ogni brano, un frammento da comporre che circoscrive un amore indomabile, il ritorno alla natura umana nella sua universalità. Il risultato di questa analisi è un pop metropolitano, intriso di odori e  visioni urbane, che si tinge di una trasversalità necessaria, imposta dall’esigenza di descrivere i percorsi diversi, distaccati e soggettivi di ogni cuore: quest’assenza di confini rende La rappresentante di lista fra i progetti musicali più propriamente queer del panorama musicale nazionale. Go Go Diva potrebbe anche considerarsi un concept album, se questo significasse identificare dei temi di fondo su cui impiantare un’opera musicale. Sembra di rivivere il vento e le foglie di DIE, fra i dischi più importanti degli ultimi anni, pubblicato da Iosonouncane, dove contatto e unione fra paesaggio e pelle sono talmente intimi da superare la descrizione musicale.

Tuttavia, Go Go Diva non si preoccupa di osservare argini o limiti, proprio in ragione di questa natura libertaria che anima corpo e mente, riscoprendo una bellezza innata che non si può nascondere e che protegge. I temi sono infiniti, parte tutto dal cuore e non c’è migliore missione in musica per raggiungere ogni destinazione umana, perché, come sosteneva Majakóvskij, “l’amore è il cuore di tutte le cose”.

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