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Nightclubbing #2 – Nunzio Borino, il realismo magico

By aprile 18, 2020 No Comments

Justice, Apparat, Cassius, Jamiroquai, Fatboy Slim, Miss Kittin, Ricardo Villalobos, Tiefshwarz, Tony Humphries, Danny Tenaglia, Josh Wink, Paul Kalkbrenner, Timo Maas, Modeselektor, Roger Sanchez, Satoshi Tomie, Terry Hunter, Vladimir Ivkovic, Ellen Allien, Danny Rampling, Benji Candelario, Pete Tong, Luciano, Marcel Dettmann, Ame, Chicken Lips, Tutto Matto, Arnaud Le Texier, Dubfire, Nic Fanciulli, Erick Morillo, Kenny Carpenter, Fritz Kalkbrenner, Mano Le Tough, Todd Terry, Steffi, Nick Hoppner, Reboot, Dj Tennis, Skin, Alan Fitzpatrick, Dj Ino, Dj Red, Curses, Sasse, Michel Cleis, Little Louie Vega, Mario Basanov, Marco Shuttle, Keith Carnal, Martin Solveig, Kobosil, Filippo Naughty Moscatello, Joe Montana, Arnaud Le Texier, Pan Pot, Lucy, Italoboyz, Claudio Coccoluto, Ralf, Alex Neri, Ricky Montanari, Francesco Farfa, Fabrizio Mammarella, Paolo Martini, Adiel, Francisco, Luca Agnelli, Ivan Iacobucci, Pastaboys, Francesco Zappalà, Flavio Vecchi, Emanuele Inglese, Stefano Fontana, Anna Bolena, Cirillo, Massimino Lippoli, Carola Pisaturo, Luciano Esse, Fabrizio Maurizi, Stefano Noferini, Luca Colombo, Lele Sacchi, Joe T Vannelli, Alex Benedetti, Ilario Alicante, Massimiliano Troiani, Dj Jad, Sergio Tavelli.

Questi sono solo alcuni dei nomi con i quali Nunzio Borino ha avuto modo di collaborare nella sua ventennale carriera. Inoltre, nel 2012, Nunzio suona prima e dopo una regia di Terry Gilliam de “La damnation de Faust” al Teatro Massimo di Palermo e il libro di Laurent Garnier e David Brun-Lambert, “Electrochoc” (edito in Italia da KNM Music) lo vede figurare tra gli special supporter.

Nunzio Borino, Bori Bori, Nancy, Nice to Meow You!, è un musicofilo trasversale. DJ per assecondare una passione irrinunciabile: la musica. La sua leggendaria collezione di vinili, rigorosamente archiviati in ordine sparso, copre da cima a fondo le pareti di una stanzetta del centro storico di Palermo: “Il più delle volte non ricordo i titoli dei dischi, mi baso sui colori delle copertine per andare a ripescarli”, spiega. La scelta del disco giusto è spesso una questione cromatica.

Nunzio cresce tra San Lorenzo e Pallavicino, una volta piccole borgate extraurbane, divenuti poi, nell’espansione a nord della città di Palermo, quartieroni anonimi, che formano una cerniera popolare che chiude lo spazio tra l’eleganza pacchiana di Mondello, con le sue ville liberty e i suoi venditori di cocco e cocomero sgolati, ed i nuovi quartieri signorili della città.

Ho sempre avuto dei dischi tra le mani

“All’inizio, nel ’93 mi pare – racconta – avevo due giradischi a cinghia, Monacor – una marcaccia! – un mixer sei canali con l’EQ generale (alti, medi e basi) e basta. Oggi verrebbe fuori un suono lo-fi ricercatissimo, all’epoca faceva solo pena, per me, però, era qualcosa di fantastico! Ricordo anche che quando passai al mio primo giradischi Technics a trazione, mi sembrò di volare. Suonavo con le casse di un impianto hi-fi dei miei genitori, che possiedo tutt’ora. Non ricordo quando ho cominciato o come ho cominciato, ricordo solo che ho sempre avuto dei dischi tra le mani, sin da piccolissimo. Ero un ragazzino tranquillo, amavo molto la musica. Ricordo che feci carte false per entrare in discoteca a 13 anni. All’epoca l’ingresso ai matinée e alle pomeridiane era consentito solo a chi aveva compiuto i 14 anni. Mi beccarono e non mi fecero entrare. Tornai il sabato successivo con mio padre, lui parlò con i proprietari che conosceva e riuscii ad entrare!”.

Il signor Cesare, padre di Nunzio, lo accompagna da sempre. È una figura a suo modo storica nel sottobosco del clubbing palermitano. Un uomo buonissimo e burbero, con la faccia tonda, piena di ricordi e la battuta sempre pronta. Uno di quei personaggi che sfumano tra leggenda e narrazione popolare, indimenticabile.

I dj, prima, erano invisibili

“Sulle prime, quando andavo in discoteca, facevo quello che facevano tutti: passavo il tempo sui divanetti con le ragazze, ballavo. Poi cominciai ad essere attratto dalla cabina del DJ. Entravo in discoteca e mi mettevo ad osservare i passaggi da un disco all’altro, era qualcosa di magnetico”. I DJ, prima, erano invisibili. Lo spazio loro accordato era composto da una minuscola cabina, quasi sempre circondata da pannelli di plexiglas per restituire un minimo di insonorizzazione. Lo spazio visibile agli avventori della discoteca era la pista.

“Recentemente, durante un viaggio a Roma, sono stato a vedere Tropicantesimo al Fanfulla (un noto party romano). Ho notato come i DJ non usassero Rekordbox e questo, penso, perché Rekordbox appiattisce il livello di empatia e spontaneità della performance, mortificando l’estro del DJ”. Una volta si metteva a tempo ad orecchio con la cuffia, in pre-ascolto, toccando i dischi fino a farli suonare tempo.

Afrika Bambataa, in Hip Hop Evolution, sostiene che a NY negli anni ’80 molti facessero dei segni col gesso sui dischi per ricordarsi dove fare i passaggi. Oggi la tecnologia usata è uniformata su una strumentazione quasi sempre Pioneer, che utilizza un software chiamato Rekordbox, che, attraverso un semplice passaggio dal computer di casa, legge e lavora la musica, permettendo di mettere a tempo in live con un paio di clic, attraverso la funzione sync. Il pre-ascolto non sarebbe nemmeno necessario per mettere solamente a tempo, il che è straniante.

La vecchia scuola si è formata sul vinile

La vecchia scuola si è formata sul vinile. “Pensa che avevo comprato un vecchio mixer, brandizzato “Albertino” (storico volto di Radio Deejay). Mettevo dischi da solo in garage, un giorno venne a trovarmi un amico, un DJ palermitano abbastanza affermato al tempo, ero giovanissimo. Vide che nel mixer di Albertino c’era una lucina che indicava il BPM (battito per minuto, il tempo del disco). Mise il dito sulla lucina e disse serissimo ‘devi saper mixare ad orecchio‘. Imparai. Una volta ci volevano tanti dischi, bisognava caricare le borse, scegliere i dischi, ordinarli di modo da trovarli in ordine. Si prendevano tanti abbagli. Ricordo che andai da Pavan (storico negozio di elettronica che ha da poco chiuso i battenti) e comprai un mixer pre-amplificato pensando: ‘bene! Se è pre-amplificato non dovrò più usare un amplificatore per andare alla casse, risparmierò spazio e fatica!’ …solo dopo scoprii che pre-amplificato significava che potevo semplicemente ascoltare in cuffia direttamente dal mixer!”.

La ricerca di Nunzio lo ha portato recentemente ad una svolta sonora. “Sono molto influenzato dal fenomeno slowmo, abbassando il BPM si espande il suono. Cerco di sperimentare sempre, non è facile far decollare un party a 100 BPM. Oggi il disciplinare delle feste impone di stare sui 128/130 BPM. Io cerco di non superare i 118 BPM. Mi sto spingendo verso sonorità sempre più contaminate, fusion, accese e questa riduzione della velocità mi aiuta molto”.

Non sono un amante della musica disco pura

Nunzio si forma musicalmente ascoltando tutta quella vague musicale che è il frutto dell’incontro fra clubbing e post-punk. “Le mie influenze degli anni ’80 erano dettate in parte da ciò che ascoltavano i miei quando ero piccolo, così come da MTV, Deejay Television, Super Classifica Show. Amavo moltissimo i Depeche Mode, gli Human League, i Soft Cell, sono cresciuto con queste influenze. Non ero e non sono un amante della musica disco pura. Poi, negli anni ’90, arrivò la prima house, i primi suoni acidi. Pezzi come The Bomb dei The Bucketheads, Plastic Dream di Jaydee, Renegade Master di Wildchild, Sing it Back di Moloko. Si accese una luce. Cominciai a fare qualche set in discoteca e tante feste in casa. La festa in casa era strutturata in maniera molto precisa: ci volevano i lenti e la commerciale dell’epoca. Io però ero quello che cercava sempre di osare, di proporre altro”.

Tra una festa in casa e qualche apparizione in un club, finalmente Nunzio nel ’96 viene ingaggiato per suonare a Villa Cavarretta di fronte a ben 1500 persone. “Arrivo presto, preparo tutto, ero carico, era la mia serata. Comincio a suonare quando, in un passaggio su un pezzo dei Corona – che all’epoca andavano fortissimo – penso ‘ho fatto una transizione INCREDIBILE’!. Alzo lo sguardo e vedo di fronte a me l’intera pista completamente ferma. Abbasso lo sguardo al mixer (un Soundcraft fenomenale!): avevo dimenticato di alzare il livello del volume, c’erano stati 20 lunghissimi secondi di silenzio. Volevo sprofondare!”.

Nonostante qualche piccolo incidente, la tecnica ed il gusto di Nunzio gli aprono la strada ad un’attività continua ed instancabile. “Suonavo tutta la settimana, da mercoledì a domenica. Sempre. Mettevo musica al Rosamunda di Balestrate, al Poison Ivy di Cefalù, al New Kennedy di Alcamo Marina, al Castello di San Nicola l’Arena, a Palermo al Bier Garten, al Movida di Carini, al Kanesh di Terrasini. C’erano decine di club giganteschi, bellissimi, nuovissimi e tutti erano sempre pieni. Tuttavia non ero pienamente soddisfatto. Le discoteche avevano più piste ed io decisi di abbandonare la pista commerciale, quella affollatissima, per suonare nei privé per pochi, dove potevo sperimentare, proporre, osare”.

Il DJ propone un discorso sonoro

Nunzio Borino è un artista del disco, la sua volontà di sperimentare è convalidata da un suono performante e dalla risposta del pubblico durante i suoi set. Il mestiere del DJ necessita di un certo grado di empatia. Bisogna dialogare col pubblico, procedendo a piccoli passi misurati dal proprio gusto, dalla propria linea artistica. Il DJ propone un discorso sonoro: si avanza su diverse classi semantiche, si fanno battute, si presta il fianco all’interpretazione, si può, forse si deve, a volte strizzare l’occhio al pubblico, magari per preparare il terreno a grandi imprese, a grandi uscite, a vere e proprie boutade.

Un DJ fa emergere, nella gioia collettiva di un momento estatico, il proprio gusto, è un discorso sottile, arguto, sagace e salace. Le parole di un DJ innescano un primo bacio, l’espansione dei sensi, un movimento di libertà costituito da una massa di persone che è un solo corpo.

“Ad un certo punto mi resi conto che suonavo musica per dei trentenni che, già musicalmente formati, non volevano ascoltare cose nuove. La musica nei club in quel momento andava sempre più verso ritmi latineggianti, tribali, che m’interessavano poco. Così, con Luigi Anello, nel 2002/2003, decidemmo di proporre il nostro discorso musicale, un discorso influenzato dai nostri viaggi a Londra, dalle nostre ricerche musicali: cominciò FAWA – Free As We Are, di base principalmente al Country (uno dei club più prestigiosi del circuito nazionale).

Avevo 22/23 anni, improvvisamente tutto quadrò. Furono anni bellissimi. Proponevamo un linguaggio musicale nuovo per la città, facevamo electro, electroclash, house, techno. Ci seguiva un pubblico di giovanissimi che avevano la mente, ma sopratutto le orecchie bene aperte. Abbiamo importato modi nuovi di gestire lo spazio del club, modi che si evidenziavano anche nei termini che usavamo – la forma è sostanza – parlavamo di flyer, pass, abbiamo creato il primo sito internet con tutte le foto scattate ai party, roba che in giro non si vedeva ancora. Realizzavo io stesso gran parte del materiale grafico”.

Nunzio, infatti, coltiva anche la passione per la grafica. “Beh, non sono un professionista ma me la cavo! Realizzo quasi tutte le locandine dei miei eventi. È cominciato tutto per caso, per gioco. Andavo alla mia tipografia di fiducia a Partanna (quartiere popolarissimo di Palermo), mi sedevo accanto al grafico per seguire ogni passaggio e dare indicazioni sul prodotto che avrei voluto. Poi ho cominciato a provarci da solo a casa ed oggi sono, da autodidatta, autonomo: riesco a dare forma alle mie intuizioni”.

Quei primi anni ’00 sono memorabili per il clubbing cittadino, anni in cui il Country, I Candelai, danno spazio ad una generazione che, lasciatasi alle spalle il romanzetto d’appendice, il tempo delle mele delle feste in casa, vuole realizzare un’epica eroica fatta di club che aprono spazi di libertà. Quei club sono stati e sono giardini rigogliosi, dove si sono coltivate storie meravigliose, dove si sono accese passioni, consumati amori.

Un momento di emozione collettiva

In quegli anni succedono tante cose, la città ribolle di situazioni, di possibilità, di spazi, di eventi “Aprii per i Justice, che erano ancora sconosciuti, suonai con i Cassius! Ci fu, in particolare, un party con Claudio Coccoluto, penso fosse il 2002: ad un certo punto mise Hey Boy, Hey Girl dei Chemical Brothers, ricordo di aver guardato l’amico che avevo affianco, di aver balbettato qualcosa di incomprensibile. Era una sensazione di potenza del suono, di scelta del tempo, di connessione tra la folla ed il DJ, che non penso di aver mai ritrovato prima e dopo quel momento. Si generò un momento di emozione collettiva tracimante, irripetibile. Le esatte parole che dissi furono ‘mi sento in guerra.’ Fu straordinario”.

In quegli anni cominciava a diffondersi Facebook. “Era fantastico finalmente poter comunicare velocemente con la gente. Si facevano questi after meravigliosi al vecchio Quattro Canti, avevamo dei margini di manovra maggiori. C’era questa serata ‘Sereno Variabile’ del venerdì e del sabato, la cui guida era condivisa con Marco Agnello (One Shot, ThePopshock!, Party Nudo). La gente era libera, aveva voglia di ballare, eravamo sempre, costantemente, al massimo, non tiravamo mai il freno”.

Chiusa l’esperienza di FAWA, Nunzio approda al Gatto Nero. “Quel locale possedeva una vibrazione particolare, ricordo che la prima volta che ci misi piede percepii che c’era qualcosa di peculiare e bellissimo nell’aria”. Nunzio diventa una sorta di direttore artistico de facto del locale, guidandone fino al 2017 la programmazione.

“Al Gatto Nero passò di tutto, nomi come Luciano Esse, Anna Bolena, Fabrizio Mammarella, Nick Hoppner. Si formò una comunità. La gente veniva al netto dalla proposta, veniva perché il locale era diventato un ritrovo per chi aveva una certa idea della notte. C’era un pubblico vivo, ricettivo”. L’esperienza del Gatto Nero continua nei venerdì che Nunzio propone in collaborazione coi Candelai.

“Sto cercando di portare avanti una linea, cominciata anni fa: questi venerdì sono parte del mio discorso alla scena. Mi sento particolarmente legato al locale ed oggi, tra i tanti, mi sento molto legato a Party Nudo, penso che condividiamo lo stesso spirito, abbiamo lo stesso modo di fare feste, la stessa volontà di esplorare”.

La notte è un crocevia di incontri, è un il luogo dove mettersi in gioco e “Perché no, cercare anche l’eccesso, cercare un velo sotto il quale rifugiarsi dal quotidiano”.

La notte fa saltare le categorie, mischia le carte, lo spazio del club è uno spazio di libertà dei corpi, di amore, di emozioni, il club è uno spazio di vita, di pienezza. Penso a Maria Clara, la mamma di Nunzio, che lo segue da sempre, dai primi set, da FAWA al Country, così al Gatto Nero, fino a oggi ai Candelai. Maria Clara è una faccia amica, adora ballare, la libertà di Maria Clara è una libertà che si sottrae a strutture e schemi. Maria Clara è energia pura, positiva, viva, non ha bisogno di niente se non della musica e al massimo di una Coca Zero con ghiaccio e limone! Tutto qui.

Si può eccedere, nei modi che si preferisce, anzi si deve, in una certa misura, eccedere per assumere una qualità propria, individuale. Eccesso non significa morte, significa anzi vita: vita libera, piena, scelta, eccesso è tanto leggere d’un fiato Guerra e Pace, quanto mettere un paio di scarpe comode e andare a ballare.

Oggi, in un momento nel quale la nostra libertà è stata per cause di forza maggiore ridotta, dovremmo più che mai riflettere su cosa significhi avere la possibilità di scegliere. Ballare è un atto di resistenza ed esistenza, è un’azione contro il panico indotto e l’isteria collettiva. Ballare è vivere scegliendo di vivere. Un gesto semplice, primordiale, che sottrae alla meccanicità di azioni fisiologiche (mangiare, dormire) per fare del nostro corpo un luogo altro, libero, vivo.

Nota off

Durante un Party Nudo al Country, con Nunzio ospite, mi trovavo in fondo alla sala, per l’occasione scoperta. Com’è bello il cielo sopra il Country e l’aria fresca del mare che ha superato giardinetti, mura screpolate e palazzacci arsi dal sole a picco, asciugati dall’atmosfera salina che aleggia nel quartiere, dice tanto quell’aria.

Stavo su un divanetto bianco, di plastica rigida, con le mani e la lingua molto impegnate. Sento un ritmo bizzarro e poi una voce femminile ripetuta, urlata, selvaggia. Nunzio aveva messo un pezzo dei Datura: Eternity. Qui sta l’artista. È un pezzo che puoi suonare a qualunque velocità e ti darà sempre quell’impressione di trovarti in una realtà aumentata, accelerata.

Questo è Borino: una situazione concretissima portata al suo massimo di percezione, realismo magico.

Ph. Federica Marretta

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