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Nightclubbing #18 – Enrico Cantaro, Access All Areas

By dicembre 19, 2020 No Comments

La chiesa sta sempre al centro del villaggio ed ogni chiesa ha il suo parroco che amministra i sacramenti. Una metafora, quella della chiesa nel villaggio, che anni fa Rudy Garcia sdoganò in un’infuocata conferenza stampa alla vigilia di un incontro di coppa della Roma, che allora allenava, conferenza dalla quale uscì osannato.

Ogni città è fatta, non tanto dai suoi abitanti, abbiamo imparato in questo orrendo 2020, a carissimo prezzo, la fragilità del nostro esistere, non solo dalle sue vestigia, decadenti o sfarzose, quanto, soprattutto, dalla narrazione che la gente compone dei fatti, degli eventi, che in una città trovano spazio. Le mura dei palazzi sono spoglie ed i corpi delle persone non proferiscono parola, se non ci fosse qualcuno che presta orecchio al racconto. Le storie parlano di eventi, manifestazioni, fatti, che sono sempre attivati da un nugolo di volenterosi, che in ogni città del mondo si rimboccano le maniche per intrecciare il tessuto sociale nei modi e nelle possibilità che la storia stessa degli spazi e le persone intercettano e rilanciano, facendo diventare piccole vicende, narrazioni leggendarie.

Sui muri di Londra c’è stato un tempo in cui stava scritto “Clapton is God”, se questa storia non fosse stata permessa da un organizzatore e rilanciata dai media, oggi avremmo memoria solo dell’indifferenza di mura abbattute o riverniciate, ma così non è. Fare qualcosa a Palermo è più difficile che farlo altrove nel mondo occidentale, non perché sussistano degli impedimenti generici o specifici, né perché gli imperi si rafforzano ai confini, ben sapendo che è da lì che passano le grandi, psicagogiche, invasioni barbariche, ma perché Palermo viaggia ad una velocità propria, a volte tumultuosa, insostenibile, altre lentissima, melliflua, inconsistente, tenere insieme le due correnti è quanto di più difficile esista “ad un certo punto, mentre ero in ballo col mio gruppo punk mi sono reso conto del fatto che preferissi non tanto stare sul palco, quanto, cosa che avevo già fatto, fare in modo che le cose accadessero”.

Enrico Cantaro è una di quelle poche centinaia di persone in Italia e parte di quella decina di persone a Palermo, che ha organizzato, promosso, lavorato per, uno dei tuoi concerti, festa, eventi, manifestazioni, del cuore, della vita, dell’amore, senza che tu abbia idea di questo fatto, perché così deve essere, perché il palco è degli artisti, la gloria dei poeti, le luci degli attori, perché non c’è giustizia in terra per gli uomini di buona volontà, ma loro è il regno dei cieli.

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Per un puro caso, Enrico Cantaro è nato in provincia di Bergamo, mentre è cresciuto tra via Archirafi e via Sampolo bassa, due Palermo diversissime. La prima zona stazione centrale e, come tutte le aree substazione d’Italia, un melting pot di energie popolari, tutti palazzi del sacco di Palermo, coi panni stesi, le Y10 con gli impianti per il tuning, i ragazzini che giocano a pallone nel parcheggione di fronte la sede distaccata dell’università. E poi via Sampolo, ultimo braccio del centro pseudo-chic, coi parrucchieri dai nomi macho-latini “da Fernando, parrucchieria da Armando” ed i negozietti in crisi con le carabattole ben esposte e attualmente le macchinette delle cialde nel retrobottega, in filodiffusione Radio Time tutto il giorno, il sabato il discopizza e poi la domenica la setteveli di Oscar. Piccolo popolo che compra i vestiti da Zara. Piccole donne, piccoli uomini, piccole storie. “Ho frequentato due diversi licei scientifici, ero il classico intelligente che non si applicava, ho perso un paio d’anni, però, tra il mio gruppo di allora e la rappresentanza d’istituto, mi sono divertito un sacco. Il mio approccio con la musica è stato precoce e centrale nella mia crescita. Mio padre è un collezionista metodico, io ero stato svezzato dal solito, dolciastro, cantautorato italiano, quando ad un certo punto, apro un cassettone nel salotto e trovo decine, forse centinaia, di musicassette rock, di quel rock classico dei nostri genitori, Queen, Genesis, le solite cose e qualcosa di punk. Comincio ad attingere e consumare letteralmente quelle cassette nel mio walkman, avevo undici o dodici anni, mi piaceva da matti quel rumore. Crescendo e frequentando il tempietto, con tutte le varie comitive di ragazzi, mi avvicinai tantissimo al punk. Al liceo ero il classico punkettone coi pantaloni spardati. Avvenne che mi staccai dal punk classico, per avvicinarmi all’hardcore, soprattutto quello italiano”. Enrico lo osservi oggi e sembra emanare la sicurezza divertita, l’incedere tetramente buffo e autorevole, dei riff di Tony Iommi, le sue parole sono la marcia di War Pigs dei Black Sabbath: evocative, sardoniche, solide. “Mi sono formato musicalmente tra i corridoi del Cannizzaro (celebre liceo scientifico cittadino) e la frequentazione dei centri sociali occupati dei tempi: ASK, ExKa, ZetaLab. Durante un comitato studentesco ricordo di aver notato un gruppo di ragazzi che parlavano della musica che piaceva a me, il punk bello spinto, quello degli Ska-P, dei Punkreas, dei Derozer, così, confrontandomi con loro, cominciò una frequentazione da cui uscì un gruppo, I Munnizza: ci mettemmo a provare in un appartamento in pieno centro, ci sentiva tutta la strada mentre suonavamo, non eravamo bravi, ma ci divertivamo un sacco! Suonavamo alle feste d’istituto e praticamente in tutti i locali cittadini. Facevamo perlopiù cover di gruppi italiani, ma la gente non lo sapeva e pensava che noi fossimo geniali, c’era chi pensava a Palermo che Branca Day dei Derozer fosse nostra: Ti amo quando sono sbronzo, che parole! Eravamo dei liceali che suonavano e facevano casino in giro, andammo anche spesso a suonare fuori Sicilia, in locali, da Caserta a Milano, ricordo che una volta ci sfondarono il vetro del furgone che avevamo affittato, era inverno e faceva freddissimo, dovevamo pure rientrare in tempo per non saltare scuola, ci facemmo questa corsa col furgone rappezzato e gelato verso Palermo. Una cosa folle a pensarci oggi”.

Enrico ama la battuta salace, una persona empatica che, con sagacia, ha tessuto in questi anni una rete di contatti umani, cresciuti spontaneamente nel comune interesse di fare qualcosa per questa nostra città eternamente malata, rattoppata, ripresa, respiriamo da metà anni novanta la stessa ansia di prima primavera, lo stesso tepore inconsistente. Chi si occupa di eventi in questo paese, normalmente non diventa ricco o famoso, anzi a volte rimane crocifisso e capovolto dalla lingua puntuta dei si sarebbe dovuto, si sarebbe potuto, talvolta strangolato dai debiti, talaltra roso dal risentimento. Non è un paese per gli eventi, per le feste, per i concerti, sicuramente è un paese in cui bisogna lottare anche per mettere un punto bar ad un concerto. Ci sarebbero un paio di nomi cui andrebbe intonato un magnificat, ma non è questo il giorno, l’ambizione di chi si occupa di eventi mediamente non è solo il fatturato, quanto conquistarsi la gente, tenere insieme le persone. “Una volta andare in tour significava stabilire contatti umani veri, relazioni di amicizia durature: io ho suonato da te e tu verrai a suonare da me. Mi è capitato, sfrattando i miei fratelli dalla loro camera, di ospitare personaggi improbabili e amabili in casa, è anche capitato di conoscere persone che non sapevo fossero tanto famose, o che lo sarebbero diventate, e di mantenerci in seguito un legame fraterno e solidale. Quegli anni, il 2005/2006, erano anni in cui con MySpace scoprivamo una libertà di parola, meno influenzata dal marketing rispetto al giorno d’oggi, rispetto a Facebook, Instagram e TikTok”. Spesso assisto, con grande indifferenza, al dibattito sulla bontà dei gusti musicali dei teenagers, dei ragazzi che hanno meno di vent’anni. Oggi ce la prendiamo tanto con Auto-Tune, con le tematiche della trap e con la supposta mancanza di contenuti della musica contemporanea, quando abbiamo dimenticato che negli anni ’80 si alzavano barricate contro le drum machine e i sintetizzatori, così come contro il salmodiare di Giovanni Lindo Ferretti, guardando ancora indietro, si è detto che il suono graffiato della chitarra elettrica dei Kinks fosse solo rumore fastidioso e non vera musica, o che i testi dei RAMONES fossero stupidi perché parlavano di ragazze, saltare la scuola, bere alcol, sniffare la colla, e così via. Non è vero che la musica di oggi vale meno della musica di ieri, quello che è semmai manifesto è che la possibilità di fare musica e proporre musica si è spostata su un piano digitale, accessibile a tutti e a costi pressoché azzerati, sia per quanto riguarda i mezzi di produzione, che quelli di distribuzione, posizionando tutto il guadagno dell’industria sugli eventi, un’inflazione produttiva che ha generato un surplus di stimoli, informazioni. Sembra che avere più carte nel mazzo significhi potersi fare solo un solitario. Osservando la trap, appare difficile rintracciare una rete di luoghi, di fatti, di personaggi chiave, da cui ricavare una genealogia del fenomeno, emerge più una gestione del prodotto musica, e soprattutto dell’immagine, totalmente in mano a grosse catene produttive, il che non esula dalla possibilità che questa sia considerabile come vera e propria arte. La pittura di Jacques-Louis David, la musica di Claudio Monteverdi, i versi dei Consistori del Gay Saber, tutti prodotti artistici di corte, di stato, bene inquadrati, che consideriamo arte: dove esiste un salon esiste anche un salon de refusés e, alla lunga, quest’ultimo, diventerà quello dove avranno esposto gli artisti di spicco. Dentro la trap, come in ogni forma di espressione artistica, si trovano delle cose notevoli, libere, interessanti, liricamente e/o musicalmente piene di significati densi, intensi, che saranno duraturi, così come lo sono stati Guru e Dj Premier, penso a Salmo, Ghali, Massimo Pericolo, Ketama 126. È un dibattito, quello non solo sulla trap, ma sulla musica contemporanea, su cui si centra oggi il lavoro di Enrico per Palermo Suona “è nato tutto semplicemente per creare una piattaforma che mettesse assieme gli eventi interessanti, che sono tanti in città. Poi, sotto lockdown, la cosa si è evoluta in un contest che desse spazio ai ragazzi perché potessero avere un luogo digitale e poi fisico, il palco del Beatfull Festival, col quale ormai collaboro stabilmente da anni, per esprimersi. È un impegno che continua oggi con l’ultimo contest nel quale abbiamo ricevuto ben centottanta iscrizioni!”.

Quello di Enrico è un percorso che si snoda negli anni e che racconta di come un pezzo della nostra vita sia alle nostre spalle nello sfacelo del ventennio berlusconiano, nelle lotte all’università, nelle mani legate dal precariato della nostra generazione di trentenni da monolocale o co-locazione, nel divario che si è allargato tra abbienti e meno abbienti, nella follia quotidiana di un mondo che continua a calpestarci aumentando lo iato fra un supposto buonsenso chiamato infelicità e la prigione della libera scelta “nel 2008 mi sono iscritto all’università e poi, dopo un paio d’anni di stagnazione studentesca, dove comunque ho continuato ad occuparmi di eventi, sono andato a Milano, per un master, lì ho lavorato proprio nel settore eventi, poi sono stato alternatamente tra Genova e Palermo, dove ho continuato sempre con gli eventi. Ho collaborato con un bel festival, il Supernova, dove abbiamo fatto Peter Hook, i Verdena, Brunori SAS, etc. Ci sono delle cose che sono successe che spiegano un po’ cosa faccio ora, ricordo un palco alla Magione dove suonai coi Munnizza e dove ho capito che volevo stare dietro le quinte, l’enorme soddisfazione del concerto di Daniele Silvestri al Pride Nazionale ai Cantieri Culturali alla Zisa, mi sono detto che quello che stavo facendo era giusto ed in mezzo tante esperienze, i concerti al Leoncavallo a Milano, una città che ho bevuto e che mi ha bevuto, che ho scoperto cartina alla mano, senza smartphone, così il Tour de Forst a Palermo, una serie di eventi che hanno scritto la storia della città”.

Charlotte de Witte è considerata unanimemente una delle DJ più importanti del mondo, Enrico Cantaro è stato uno degli organizzatori di un suo live ai Candelai di Palermo il 7 Febbraio del 2014, quando si chiamava ancora Raving George “una cosa che amo molto è puntare su gente in quel momento magari sconosciuta o comunque di nicchia, per vederla poi sfondare, ovviamente una questione spesso di necessità, è successo con Charlotte de Witte, ma anche coi Canova fatti al Ballarak, con L’Orso, con tanti altri. Collaborando con Beatfull, WinterCase, Candelai, Zsa Zsa, i nomi sono tanti. Ricordo un live molto bello di Frenetik & Orang3, così come di Marcel Dettmann. La musica è bella perché fa stare con la gente e se questo mestiere lo vivi tranquillamente e lavori bene, piano piano le soddisfazioni arrivano e costruiscono certezze, che nel nostro mestiere sono labili, ma danno slancio. Da un po’ di tempo ormai collaboro stabilmente con Unlocked, una delle realtà organizzative più importanti a livello nazionale, quello che ho scoperto è che davvero non si finisce mai di imparare, che ci sono tante possibilità da esplorare, tanti luoghi che possono offrire emozioni folli, anche dopo aver fatto di tutto, oggi il MOB, teatro di tantissimi eventi Unlocked, mi restituisce delle sensazioni indescrivibili”. Il MOB è una cassa di risonanza gigantesca, un palco dove sono stati, tra gli altri, FatBoy Slim, Sven Vath, Ellen Allien, Jeff Mills, Sam Paganini, Bob Sinclair, Loco Dice, Pan-Pot, Solomun, Len Faki, Martin Solveig, Alan Fitzpatrick, Paul Ritch, etc. le pareti del MOB trasudano BPM: te tenet in tepido mollis amica sinu! “Ci sono degli artisti e dei luoghi che francamente mi emozionano tantissimo ancora oggi, nonostante tanta strada fatta e tante cose viste, The Decline dei NOFX è un pezzo che continua a farmi uscire fuori di testa, così la voce di Benjiamin Clementine riesce a farmi piangere, e il palco dei Candelai, la vita dei Candelai, sono qualcosa che mi trasmette un senso di notte e clubbing ancora da vivere. La musica resta per me un’esigenza, ho sempre la voglia di cercare cose nuove, fare nuove esperienze, credo che poi, facendo quello che faccio, occupandomi di eventi, collaborando con Unlocked, con Beatfull, coi Candelai, con tante realtà che sono da anni sul territorio, questo lavoro possa contribuire ed abbia anzi lo scopo di rigenerare il tessuto sociale, di fare comunità, così con Palermo Suona ultimamente la speranza è di offrire un possibilità, anche una critica benevola, a tanti ragazzi che un domani saranno sui nostri palchi”.

Nota OFF:

Ho incontrato Enrico, mascherina sul viso, distanziati e igienizzati, un martedì soffocante, umido, da brughiera immaginaria, d’inverno. Ci siamo visti ai Cantieri Culturali alla Zisa, attorno a noi poca gente, tutti allegri. A voce bassa, tranquillo, Enrico mi ha fatto un discorso caotico, una sorta di Gerusalemme Liberata della sua vita: “liberi sensi in libere parole”.

Come possiamo continuare a vivere pensando di rinunciare per mesi ai cinema, ai teatri, ai club, ai concerti, alle interazioni sociali spontanee, rifuggendo nei surrogati che ci siamo costruiti per scappare da noi stessi, le nostre prigioni sono le menzogne che ci raccontiamo, giorno dopo giorno, per vivere una vita sensata, quando il senso matura dalle contraddizioni. È necessario mantenerci sul chi vive e vanno seguite tutte le norme del caso, ma questa non è vita e dovrà terminare o ci consumeremo in un bagno di gel alcolico.

Non esiste il karma e vani sono i giudizi e i torti ostentati e promessi, quello su cui fa perno il movimento della nostra esistenza è l’incedere ineluttabile della notte, noi stiamo vivendo oggi, per prepararci a chiudere gli occhi domani e ballare, ascoltare, battere le mani, chinare la testa in silenzio e portarci dietro l’unica forma di resistenza che sappiamo gestire e che ci permette un overgrown dello spirito sul corpo: la notte e la sua parola.

Quando sarà possibile, perché ogni vita va preservata, riprendiamoci quello che ci spetta, accediamo ad ogni spazio, facciamo folla e festa e respiriamo a pieni polmoni, liberi.

Enrico Cantaro vi sta preparando la festa.

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